Il Miracolo Eucaristico

Il Miracolo Eucaristico dell'Ostia Incarnata di Alatri

I miracoli, secondo la nobile espressione del Crisostomo, sono i suggelli della divinità o per definirli con R. Lautorelle “ un prodigio religioso che esprime nell'ordine cosmico un intervento speciale e gratuito del Dio di potenza e di amore, il quale indirizza agli uomini un segno della venuta nel mondo della Sua parola di Salvezza”.

La città di Alatri è testimone di uno di questi “segni”.

Ci troviamo nell'anno 1228, da 12 anni Innocenzo III, nel Concilio Lateranense IV, aveva affermato il Dogma della SS. Eucaristia usando, per la prima volta, il termine specifico e della Transustanziazione, volendo intendere il modo della conversione (cambiamento di sostanza e non della specie) del pane e del vino, nel Corpo e nel Sangue del Signore. E questo contro anche l'eresia di Berengario (filosofo e teologo di Tours, Francia) il quale negava quella transustanziazione; condannato in diversi Concili si ricredette e morì cristiano, ma ebbe molti seguaci che protrassero nel tempo eresìa e lotte;e anche contro le insidie ​​​​​​dei sofisti (raggiratori) delle dottrine sacre - cosa che accade anche oggi- e la pusillanimità di certificati cattolici che si dedicavano e si sono sempre dedicati alla magia, quella compresa nera,. Col persistre e l'affacciarsi di mali dottrinali, cristiani inconscienti si lascia agire abusi sulle Sacre Specie e far scempio delle cose sacre. Una prova è il Miracolo Eucaristico di Alatri.

Sentite il racconto da una lettera del tempo:

A sua E. Rev.ma

Um.mo Servo Fr. Frà di Bruno

Sapete invece cosa è accaduto ad Alatri? A sud-est di Roma, sulle montagne, in provincia di Frosinone, sta Alatri, antichissima città eroica, a 25 km (circa) ad est di Anagni.Entro la cinta delle imponenti mura, Alatri conserva nella Basilica concattedrale di S. Paolo apostolo , la sacra reliquia del quarto miracolo eucaristico, avvenuto nel 1228.

Ne parla espressamente Pontefice Gregorio IX in una lettera chiamata “bolla” del "13 marzo 1228 per rispondere ad una interpella avanzata da mons. Giovanni vescovo di Alatri che appunto chiedeva come doveva comportarsi in merito ai miracolo in questione.

Sentite cosa era accaduto: purtroppo anche stavolta non c'è da stare allegri se si pensa come Gesù Eucaristia fu oltraggiato con un atto sacrilego.

“Una ragazza, poco più che adolescente, addolorata per un amore non più corrisposto, si rivolse ad una fattucchiera, per riavere l'amato del suo cuore (scrive Padre Nasuti nel suo libro dedicato alla narrazione dei 17 miracoli Eucaristici avvenuti in Italia).

La maliarda, come soluzione, suggerì di procurarle un'ostia consacrata, con cui poter preparare un efficace filtro amoroso”.

“Vai - le disse - portami dalla tua chiesa un'ostia che sia consacrata ed io ti darò un filtro portentoso che riporterà il tuo ragazzo ai tuo cuore.

L'ingenua ragazza pur di riavere Soggetto del suo desiderio, finì per abboccare, tacitando sul momento il richiamo della flebile voce della coscienza.

— Ma è peccato! - disse la ragazza.— Taci! Sciocco! Vuoi riavere il tuo ragazzo? — Sì. — Ed allora, segui le mie istruzioni; domani recati nella tua chiesa, assisti alla celebrazione della messa. E poi al momento giusto accostati a ricevere la comunione e senza osare nell'occhio - mi raccomando - affrettati ad avvolgere l'ostia consacrata dal prete in un fazzoletto o in un panno di lino. Ora va e poi quando avrai l'ostia, ritorna da me”.

Tutta trafelata, con il cuore gonfio il giorno dopo andò a messa e la comunione, ragazza ottenuta senza farsi vedere a portare a casa l'ostia avvolta in un fazzoletto.In attesa di portare il piccolo - grave peso alla maga, lo nasco dentro la madia del pane.

Passò una notte terribile, combattuta dal dubbio se portare a termine il sacrilego intento o ristabilire il santissimo carico al Sacerdote.

Passarono così tre giorni in una tremenda altalena: che faccio?Quando si decise di portare l'ostia consacrata alla fattucchiera, aprendo la madia restò esterrefatta: invece dell'ostia bianca appena un'ostia di carne viva.

Oh Dio, oh Dio! cominciò a singhiozzare, sgomenta, la povera ragazza sacrilega.Adesso che faccio? Che faccio?

Fuggì dalla casa, in preda allo spavento; giunta alla chiesa si rivolse al sacerdote e piangendo confessò il suo terribile peccato.

Il ministro di Dio andò a prelevare l'involto e lo portato al Vescovo, che era Giovanni V. Il Vescovo si affrettò a comunicare la notizia al Sommo Pontefice Gregorio IX, per iscritto a consigli sul farsi.

Delle due donne non si conoscono e non si conoscono altre notizie.

Al termine della lettura della lettera pontificia, il vescovo di Alatri mostrò al clero e al popolo lo scritto del Papa e poi con tremore l'ostia incarnata, che ancora oggi si può adorare, tenuta tra due batuffoli di ovatta e posta in forma di una pallottolino di colore scuro in un tubicino di vetro dell'altezza di cm. 4 a su volta chiuso in un ostensorio - reliquiario collocato in un'ampia nicchia dell'altare dedicato all'ostia divenuta carne in una cappella del transetto destro della Concattedrale di S. Paolo.

La testimonianza fondamentale è la bolla “Fraternitatis tuae” di Papa Gregorio IX nel 1228.

Il Sommo Pontefice prende le mosse da una lettera del Vescovo Giovanni di Alatri che lo informava di un recente episodio e chiedeva istruzioni sul da farsi.

“Gregorio vescovo, servo dei servi di Dio al venerato fratello di Alatri, salute e apostolica benedizione. mani del Sacerdote il Corpo santissimo di Cristo, lo trattenne nella bocca fino al momento in cui, colta l'occasione favorevole, lo poté nascosto in un panno, dove, dopo tre giorni, ritrovò lo stesso corpo che aveva ricevuto in forma di pane, trasformato in carne, come tuttora ognuno può constatare con i propri occhi.

Poiché l'una e l'altra donna ti hanno tutto ciò umilmente rivelato, desideri un nostro parere circa la punizione da infliggere alle colpevoli.

In primo luogo dobbiamo rendere grazie, con tutte le nostre forze, a colui che pur operando in ogni cosa in modo meraviglioso, tuttavia in qualche occasione ripete i miracoli e suscita nuovi prodigi, affinché, irrobustendo la fede della Chiesa Cattolica, la speranza, riaccendendo la carità, richiami i peccatori, converta i perfidi e confonda la malvagità degli eretici.

Pertanto, fratello carissimo, a mezzo di questa lettera apostolica, disponiamo che tu infligga una punizione più mite alla giovane che riteniamo abbia compiuta l'azione delittuosa più per cattiveria, perché è da credersi che si specialemente pentita nel confessare il peccato.Alla istigatrice poi , che con la sua perversità la spinse a commettere il sacrilegio, dopo averle applicate quelle misure disciplinari chi crediamo opportuno di affidare al tuo criterio, imponi che visitando i vescovi più vicini, confessi umilmente il suo reato, implorando con devota sottomissione, il perdono” .

La bolla pontificia, di indubbia autenticità, è ispirata da prudenza e da sapienza pastorale. Il Sommo Pontefice, dopo aver descritto con rigorosa semplicità il fatto riferitogli dal Vescovo di Alatri, lo interpreta come un segno contro le diffuse eresie in ordine alla dottrina della Presenza Reale, che evidentemente lo preoccupano, e sostanzialmente impartisce il perdono alle due sacrileghe pentite. Non si mostra certo particolarmente scandalizzato dall'ingenuità di una giovinetta, forse vittima, lei o la sua famiglia, di credute avverse situazioni diaboliche, e dell'ignoranza di una fattucchiera.

Quindi il Miracolo risulta ben testimoniato, e che Gregorio IX non fosse incline ad avvalorare con eventi prodigiosi, lo dimostra la sua bolla “Intelliximus quod” del 1232 contro i falsi miracoli.

L'originale della lettera si conserva nell'Archivio Capitolare della Cattedrale.

Il prof. Giulio Battelli, direttore della Scuola Vaticana di Paleografia e Diplomatica, in una sua dichiarazione (1959) conferma l'autenticità della bolla di Gregorio IX.

Nel 1683, un certo Corrado Janninck adorò la Sacra Particola e constatò che essa ravvolta a modo di cilindro, proprio come si riduce nella bocca di coloro che si comunicano, e attraverso il tubo di cristallo nel quale è inclusa, gli appare ancora di color rosso sanguigno.

Nel 1688, l'allora Vescovo Mons. Ghirardelli scrisse : “ ... fra le altre reliquie, si trova, dentro un vasollo di vetro, una certa materia come terra, o carne arida, detta “ostia incarnata”, conservata dentro un vaso in un Ostensorio ex auricalco inaurato (di ottone dorato), la quale materia si trovata avvolta in bambace bianca, e vista e riconosciuta, è stata deposta nel suo posto”. E subito dopo si aggiunta questa prescrizione : “ l'Ostensorio ... si conservi nel Reliquiario, nel luogo più degno, oppure si conservi nel tabernacolo del SS. Sacramento in corporale substrato (in un corporale, cioè panno inamidato, sottoposto)” (Atti del II S. Visita,1688).

Un altro Vescovo di Alatri, Mons. Giuseppe Guerra dal 1702 al 1720, staccò un pezzetto dell'Ostia Incarnata e ne fece dono graditissimo al neo eletto Card. Camillo Cybo, principe di Massa e carrara, che la lasciò i nella Chiesa di S.Maria degli Angeli in Roma, scrivendone questo documento autentico: “Quella parte era stata statata dall'altra maggiore della particola consacrata, cui accidenti (= apparenze) di pane essendo scomparsi fuori dell'ordine naturale, apparvero per disposizione divina, visibilmente mutati in carne, in Alatri, città del Lazio.”

Giovanni Maria Sanna-Solaro, nel 1886, a nome della Società Italiana dei fasti Eucaristici, il quale scrive :” Dopo sei secoli e mezzo la Reliquia presenta apparenza di un pezo di carne abbruziata che ha preso la forma cilindrica datale dal tubo (di cristallo ) ed appare lucente in tutte le parti che furono in contatto col medesimo. Essa non eccedezza la grossezza di cece ordinario essendone soltanto una parte dell'intera Particola”.

Attualmente la Reliquia (la particola, cioè, convertita in carne) si presenta in forma di una pallottolina di colore scuro, tenuta tra due batuffoli di ovatta in un tubicino di vetro dell'altezza di 4 centimetri e del diametro di un centimetro a sua volta chiuso in un Ostensorio Reliquiario.

L'Ostensorio reliquiario, opera d'arte della scuola “Beato Angelico” di Milano è in metallo dorato, a forma di tempietto, con pallini in avorio e con teca di cristallo.

Nel fusto reca un'annunciazione a sbalzo e sulla base la scritta a rilievo: “Il Verbo si fece carne e abitò fra noi”.

 Il mistero dell'ostia incarnata e il suo frammento introvabile

Ossia: che fine ha fatto la porzione della reliquia donata, agli inizi del '700, dal vescovo Guerra al proprio concittadino e futuro cardinale Camillo Cybo?

La storia è nota: un frammento della particola, «non senza l'indignazione del clero e del popolo di Alatri, venne offerto al Cybo, il quale, a sua volta, nel 1742, ne fece dono al monastero e alla chiesa di Santa Maria degli angeli alle terme di Diocleziano a Roma, esigendo che esso veniva collocato in una degna cappella per consentirne la venerazione. Dopo di quella data, le tracce iniziarono a farsi labili, fino a perdere memoria e conoscenza della miracolosa Ostia». L'ultima notizia è del 1883: il rettore della chiesa romana, rispondendo a una precisa richiesta proveniente da Alatri, ricopiava l'antica «dichiarazione testimoniale» del Cybo, in cui il cardinale attestava il dono ricevuto. Poi, il nulla.In verità, altri studiosi, specie negli anni scorsi, hanno provato a vivere alla ricerca del prezioso frammento. Tra questi don Giuseppe Capone, autore nel 2002 di un libro sull'ostia incarnata, ma le sue indagini d'archivio, sviluppatosi tra Roma e diversi centri certosini anche francesi, non hanno dato esiti positivi. Dunque, resta il dubbio sulla localizzazione del brandello di ostia, la cui storia è stata rispolverata dal testo di Mario Ritarossi. Ad ogni modo, don Capone fornisce una sua risposta al mistero: «Forse l'ostia è venerata ancora in qualche silente certosa, dove, con incantato stupore, monaci bianchi si inchinano, lenti a salmodiare, per ridare forza alle ali della fede e della speranza». La «caccia» continua.resta il dubbio sulla localizzazione del brandello di ostia, la cui storia è stata rispolverata dal testo di Mario Ritarossi. Ad ogni modo, don Capone fornisce una sua risposta al mistero: «Forse l'ostia è venerata ancora in qualche silente certosa, dove, con incantato stupore, monaci bianchi si inchinano, lenti a salmodiare, per ridare forza alle ali della fede e della speranza». La «caccia» continua. resta il dubbio sulla localizzazione del brandello di ostia, la cui storia è stata rispolverata dal testo di Mario Ritarossi. Ad ogni modo, don Capone fornisce una sua risposta al mistero: «Forse l'ostia è venerata ancora in qualche silente certosa, dove, con incantato stupore, monaci bianchi si inchinano, lenti a salmodiare, per ridare forza alle ali della fede e della speranza».La «caccia» continua.

Opuscolo edito nel 1978 in occasione del 750° anniversario: Apri